Diritto alla conoscenza in rete

Diritto alla conoscenza in rete

Quando ci riferiamo alla società nella quale viviamo, spesso il termine che viene usato per definirla è “società dell’informazione”. Una società nella quale l’importante è garantire un accesso sicuro e dove trovano tutela i dati personali. Tuttavia, oggi, sarebbe forse più corretto parlare di “società della conoscenza“. Caratteristica alla quale fa riferimento questa seconda tipologia, è, come dicono Martoni e Palmirani, l’essere basata “sull’esperienza che l’utente compie in Rete.” Quindi si va oltre il concetto alla base della società dell’informazione. La garanzia dell’accesso è ormai una realtà assodata (almeno nei Paesi dove Internet è presente). Così come pure la sua sicurezza e le tutele che devono essere offerte ai dati che circolano in  Rete. Addentriamoci adesso a parlare del diritto alla conoscenza in rete.

Il diritto alla conoscenza in rete secondo Stefano Rodotà

Stefano Rodotà su questo tema ha detto che:

Non si può trarre la conclusione ⌊…⌋ che diritto alla conoscenza significhi diritto a qualsiasi conoscenza, in qualsiasi modo e forma, ⌊…⌋  dove qualsiasi informazione diviene liberamente disponibile.

Per Rodotà il diritto alla conoscenza in internet, ha un contenuto minimo, che egli sintetizza con tre parole:

cercare, ricevere, diffondere informazioni. Queste tre parole ⌊…⌋  ci dicono che c’è un sapere sociale che noi percepiamo non pià appartenente agli altri ma condiviso, socialmente condiviso, e quindi rispetto al quale abbiamo un diritto di conoscere.

Diffondere informazioni: dalle parole di Stefano Rodotà a quelle di Aaron Swartz

Diffondere informazioni, ossia condivisione del sapere come disse Aaron Swartz, programmatore, scrittore e attivista statunitense prematuramente scomparso.

Swartz nel suo libro Guerrilla Open Access Manifesto affermò che coloro che hanno accesso a certe risorse, hanno ricevuto il privilegio della conoscenza a differenza di altri. Per questo secondo lui queste persone sono moralmente tenute a condividere questo privilegio con il resto del mondo e combattere così la privatizzazione della conoscenza.

Quindi, per dirla con le parole di Stefano Rodotà, conoscenza come “bene pubblico globale” e “bene comune” vitale per la democrazia. La sua natura di bene comune garantirebbe l’accesso a tutti e la gestione della conoscenza in base ai principi di uguaglianza e solidarietà.

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